Baci con la goccia al naso

Quest’anno non sarò presente a Lucca Comics, ma qualcosa di mio potete comunque trovarlo: ho avuto il piacere di scrivere l’introduzione a Quequette Blues, il primo fumetto di Baru ora edito da Coconinopress. Leggetelo, è troppo bello.

Nel 1982 Baru era un insegnante di ginnastica, aveva pubblicato qualche storia a fumetti nella sua fanzine Le Temeraire, e si presentò a Dargaud con un tomo di 140 pagine scritto, disegnato e colorato, insomma pronto: Quequette Blues è il suo primo graphic novel – diremmo oggi – e l’editore, non esistendo un formato per ospitare un’opera simile, lo spezzò in tre volumi, che uscirono tra il 1983 e il 1986.
Questa specie di UFO nel mondo della BD segnava una rivoluzione in diversi sensi: da un lato rappresentava un’opera completa, che non era stata disegnata a puntate per una rivista. Dall’altro introduceva temi insoliti per l’epoca. Rispetto alle involate fantasiose di Metal Hurlant, il primo libro di Baru riportava la linea dell’orizzonte a statura umana, scegliendo di raccontare con scarna onestà una vicenda realistica tratta dalla sua storia personale.

Il primo giorno dell’anno di Baru è un campionario dell’imbecillità maschile e le sue ossessioni: sesso, alcol e rock. L’energia vitale contenuta nel gruppo si sfoga attraverso queste due o tre valvole, e da maschio, mi riconosco pienamente nel loro linguaggio, in quella maniera di scherzare, nella loro simpatia e imbecillità, appunto. Il branco di Quequette Blues è composto da figli di immigrati di provenienza varia, tutti portatori di culture familiari diverse e allo stesso tempo ambiziosi di omologarsi al gruppo: in movimento continuo attraverso quel limbo che precede le scelte responsabili, ostinati a non andare mai a dormire, ossessionati dall’idea di scopare e poterlo raccontare, spaventati dalla vita che li precede e li attende.
La scommessa di Hervé, di perdere la verginità durante i primi tre giorni dell’anno, è il pretesto per parlare del sesso degli adolescenti. Baru lo fa con apparente spavalderia, ma sceglie di non rappresentarlo mai e soprattutto di non nascondere la paura che la prima volta incute al suo protagonista, poco più che bambino. Il risultato finale è una specie di tenerezza che ci lega alle insicurezze dei suoi personaggi, ai loro frustranti toccamenti sotto zero e a quei baci con la goccia che cola dal naso.
Quequette Blues è una specie di autobiografia corale, che nei racconti dei suoi comprimari completa l’affresco di tutta la comunità: il cornuto che rientra dal turno di lavoro notturno, il professore cattivo, l’idiota del villaggio, il presunto omosessuale.
La fauna femminile é invece smistata per generi nelle varie balere: scorfani, tardone ninfomani, civette che “non mischiano gli stracci ai tovaglioli” (cioè che vedono subito chi c’ha il soldo), quindicenni che almeno limonano facile e quella che va con tutti senza chiedere soldi, perché è pazza.
Il Blues di Baru suona piuttosto come una schitarrata degli Who e il suo disegno si scatena in risate sgangherate per rallentare nei momenti più melodici, come nella vignetta in cui Hervé trafelato bacia la biondina mentre lei gli allontana la mano, o ancora quella di lui esausto, chino con la birra poggiata sull’orinatoio.
Quando lo sguardo si sposta sul paesaggio, il tratto si calma e diventa realistico. Gli scorci più belli sono riservati alla fabbrica siderurgica, la cui presenza silenziosa sorveglia dall’alto della collina l’irrequieta umanità ai suoi piedi. Destino segnato per alcuni, come un piccolo moloch risucchia le forze vitali dei suoi abitanti e allo stesso tempo dà un senso alla loro vita di comunità.
Tra interminabili attese al freddo, andate e ritorni ingobbiti e fumanti tra un bar e l’altro, solo la sua colata lavica di acciaio fuso riesce a restituire un po’ di calore e riposo ai propri bambini: come la carezza di una mamma che, uno ad uno, li mette finalmente a dormire.